Triangoli imperfetti di Edith Wharton – ed. paginauno

ovvero desideri non euclideiTriangoli imperfetti.jpg

di Manuela Basso

Che cos’è la perfezione? Il culmine mirabile, l’attesa realizzata, il compiersi del tutto: della gioia, della serenità, dell’estasi? L’incontro con il possibile?

La perfezione spaventa. L’amore spaventa.

“… la violenza e l’assolutezza del suo amore erano troppo per lei”, si dice a proposito della signora Ansley nel primo dei “Triangoli” scelti da Paginauno per rendere omaggio alla bravura di Edith Wharton.

Una pagina dopo l’altra la scrittrice americana mette in scena la geometria imperfetta del desiderio umano.

“Riusciva a vedere ora ogni linea, ogni curva della sua mano, una mano agile, forte e giovane, con lunghe dita, appena un po’ tozze sulla punta, e un palmo elastico e sensuale. Sarebbe stato strano continuare a vivere senza conoscere il tocco di quella mano.

Sorpresi nell’intimità dei loro pensieri e raccontati nella semplicità di gesti quotidiani si incontrano tutti e tre i lati del triangolo.

Ciascuno nella propria solitudine.

Non c’è verità. Non c’è giudizio. A volte timore, sgomento, determinazione, codardia. Paura, sempre. Qualsiasi sia la scelta. Qualsiasi sia il lato che tocchi in sorte.

Si può scegliere la gioia. Joy in the House. Il ritorno a una famiglia irreprensibile, a una casa in festa, a un’amorevole accoglienza. Ma non si può mai tornare nel punto esatto da cui si è partiti. Il ritorno non è tornare indietro.

Bisognava solo impedire al dolore di affacciarsi alla porta, o cacciarlo se cercava di introdursi.”

La gioia può essere vissuta e respirata solo nell’istante in cui accade, nella sua pienezza. La grazia è accorgersene e custodirla, proteggerla, non lasciarla andare. Non dubitare della follia. Invece la gioia che sembra benedire il ritorno non è che carta crespa appesa a nascondere le crepe di un muro che non ci appartiene più.

Ma non sempre si può seguire la follia. A volte non se ne può neppure parlare. A volte si è costretti a rimanere seduti in un salotto austero, senza vita, dove anche le sedie e le poltrone ci guardano con manifesta ostilità, come accade alla protagonista del secondo racconto, Atrofia. Si lascia allora che qualcun altro parli per noi, sperando che l’amore che sentiamo basti a se stesso e sia compreso anche se non può essere detto.

“E i minuti scorrevano veloci mentre l’uomo che amava giaceva al piano di sopra. Era assurdo e deplorevole continuare a fingere con stupide chiacchiere…”

Ma non abbiamo la forza né il coraggio di salire la scala, di imporci in casa d’altri, di violare le regole dell’ospitalità. E allora prendiamo congedo.

E quando si sceglie di agire?

“’Non mi aspettavi?’ balbettò lui. ‘Non sono sicura di no’ gli rispose a bassa voce. E lui colse il suo sorriso in quella mezza luce. Un momento magico!”

Non esiste tentatore né colpa, ma l’azione porta con sé quello che siamo. La persona che siamo. Ci può essere gioia per chi procura l’infelicità altrui?

Così a volte si sceglie l’assenza. Si scioglie il nodo che ci teneva legati ed è solo nella scelta di morte che i sentimenti si manifestano con chiarezza.

Con precisione e delicatezza i Triangoli raccontano di un dolore inevitabile. Un dolore con cui non si può far altro che convivere, nel silenzio. Si può solo cercare di non muoversi. Di rimanere immobili. Perché se ci muoviamo in qualsiasi direzione, ci sarà nuova sofferenza.

Ma l’immobilità, per quanto a lungo si possa mantenere, non è umana. Umana è, invece, l’imperfezione, che Edith Wharton magistralmente racconta e che ha la mia voce, la nostra voce.

 

 

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