Oggetto di attenzione n° 4 GIORNI SELVAGGI (di William Finnegan ed 66thand2nd)

di Stefano Galardini   imgres.png

L’autore:  Il signor William Finnegan è uno di quegli straordinari personaggi americani che, nato nel 1952 a New York, ha passato una buona fetta della sua vita (diciamo i primi ventisette anni) a non fare praticamente nulla se non laurearsi, girovagare per il mondo in cerca di onde da surfare, collezionando nel proprio curriculum un mansionario che spazia da: frenatore sui treni della Southern Pacific, parcheggiatore, operaio, barman, fino ad arrivare a: lavapiatti.

Dal 1987, magicamente, comincia a scrivere per il New Yorker.

Il New Yorker. Sì, quello lì. Quello famoso, l’ago della bilancia del gusto letterario statunitense, e quindi, di mezza civiltà occidentale. Inoltre apprendo dalla sua biografia situata sul risvolto della bella edizione, che collabora con riviste come Harper’s e The New York Review of Books, altra robetta di poco conto, insomma. Lo hanno spedito a confezionare reportage praticamente in ogni angolo del mondo, ha pubblicato cinque libri e con questo tomo di un certo spessore di cui vi voglio parlare, ha vinto il Premio Pulitzer nel 2016. Altra robetta.

In Italia, a trentacinque anni, se hai passato i primi ventisette a studiare, hai tre lauree, otto master, sei il leggittimo erede della Sacra Scuola di Hokuto e hai almeno cinque anni di esperienza in campe editoriale e giornalistico, ti fanno fare il frenatore sui treni della Southern Pacific.

Nel senso che ti spediscono pure molto molto lontano da casa tua.

Gli Stati Uniti sono un grande, fantastico, folle Paese. Non riesco a smettere di ridere e piangere insieme.

God bless the USA.

Di cosa parla:    Di surf.

Anzi, peggio. Di Williamimages.jpg Finnegan che fa surf. Dalle soddisfazioni sulle prime ondine a dodici anni, a quando, grazie a dio per lui e la sua famiglia, si rende conto che a cinquanta e fischia anni suonati, non può più permettersi di surfare onde di quindici metri, come faceva all’apice della forma fisica, a ventidue.

Parla di come un passatempo possa diventare un’ossessione, per cui il surf diventa qualcosa che definisce la tua vita, il tuo modo di vedere il mondo, le vacanze che costringerai a fare a quelle povere criste di tua moglie e tua figlia, a cui del surf non frega una beata fava.

È un libro a modo suo profondo, fatto di ricordi, quelli di una persona per cui il surf ha significato per molto tempo la cosa più importante, per cui sarebbe stato disposto a mollare tutto. E, in effetti, nelle duecento pagine centrali, racconta come, durante gli anni Settanta, il buon William abbia mollato davero tutto per mettersi a girovagare per il sudest asiatico, tra la California fino in Sudafrica, per qualcosa come tre anni. Scopo del viaggetto? La spasmodica, ossessiva ricerca di onde, ovviamente. Un viaggio affascinante, con descrizioni suggestive (un po’ meno il trito e ritrito tecnicismo surfistico sulla qualità delle onde, la tipologia, i movimenti, gli scatti, ecc. il buon William ci fornisce uno scarno glossario nelle prime pagine della narrazione, ma essendo interno al testo, non solo lo dimenticherete subito, ma sarà anche impossibile da ritrovare; nel caso ci riusciste comunque, fidatevi, è talmente scarno da essere, in più di un’occasione, assolutamente insufficiente). L’idea del viaggetto on the sea, perché di on the road non si può proprio parlare, nel pieno degli anni Settanta, sembra un’idea intrigante, ribelle, trasgressiva, coraggiosa. E lo è. Basta non concentrarsi troppo sul fatto che il buon William è figlio di un produttore televisivo di L.A. E tutto continuerà ad essere coraggioso e trasgressivo.

Delle 496 pagine (quattrocentonovantasei! Quattrocentonovantasei pagine!) si parla, praticamente, solo di qualcuno -che non sei tu- che fa surf; probabilmente un tantino troppo. Di tanto in tanto si ha la sensazione che provo quando mia zia Gelmina tira fuori le diapositive della gita a Vergate sul Membro. Togliendo un bel numero di tecnicismi surfistici e magari accorciando qualche lunghissima descrizione, si sarebbe potuto ottenere qualcosa di più fruibile e “svelto”.

Va detto però che è un libro adatto per rilassarsi: bellissime descrizioni di paesaggi marini, il vento, le onde, gli anni Sessanta – Settanta – Ottanta, assistere alla crescita del buon William, ascoltarne le storie come intorno ad un falò sulla spiaggia. È scritto in uno stile che fa respirare, ampio ma mai complesso, sempre di facile lettura, senza quella fastidiosa sensazione che lasciano quegli autori che tentano a tutti i costi di compiacere il proprio pubblico.

Il buon William un giorno ha deciso che fosse il momento di scrivere le proprie memorie di surfista. E un bel vaffa a chi non è d’accordo. Nel mezzo, perché se parli di qualcosa che ha definito la tua vita, non puoi esimerti da raccontare anche quella al di fuori del surf, riesce a rendere piccoli quadretti familiari, amicali, amorosi, di vita quotidiana insomma, straordinariamente belli.

Qualcuno ha deciso di dargli il Pulitzer. Io non so se gliel’avrei dato, ma nemmeno glielo toglierei.

Genere:  È un memoriale. Un romanzo di ricordi. Quanto romanzati non lo so. A volte il buon William è un po’ troppo il buono della situazione, ma da come racconta in generale, sembra piuttosto sincero. E non è male andargli dietro. Non è un memoriale per immagini, tipo album di foto, ma per periodi. Nel senso che sceglie un periodo della sua vita (di surfista, ovviamente) e te lo racconta. Tutto. Nei particolari. Quelli riguardanti il surf, fino ad un livello compulsivo; tutti gli altri, passano da un gradino sotto il particolarismo del surf, fino a lasciare buchi di mesi o anni nella narrazione di un lasso di tempo durante il quale, giustamente, probabilmente non è successo nulla di notabile.

 Struttura:  Dieci capitoloni da un cinquanta/sessanta pagine cadauno. Ogni capitolo è un diverso periodo della vita (surfistica, ça va sans dire) del buon William, in ordine cronologico. Per il resto, ci tengo a precisare per il vostro equilibrio psicofisico, che 66thA2nd, ha deciso per un layout di pagina a 40 righe, con interlinea singola. Quindi se, dopo un’ora di lettura, magari arenati in una delle secche (battuta involontaria) un po’ noiose del libro, vi sembra di essere ancora e sempre alla stessa pagina, probabilmente è perché siete sempre lì. Credevo che questo tipo di formattazione del testo non si utilizzasse più dai tempi della Bibbia di Gutenberg. Mi sbagliavo.

Conclusioni:   Tutto considerato, è un bel libro. Noioso a tratti, a volte autocompiaciuto, che tratta in modo ossessivo un argomento di scarso interesse per i più. Eppure non mi sento di consigliarlo solo agli invasati del surf, perché non è solo quello. È una lettura rilassante, impegnativa certo, se non altro per la mole (considerando le quasi cinquecento pagine, già di per sé non pochissime, alla luce del format della pagina, stiamo parlando di un bel mattoncino, denso come un buco nero), ma di ampio respiro. Lo consiglio da portare in vacanza, preferibilmente al mare (fa venire una voglia matta di tuffarsi in acque salmastre, che la lettura in località di montagna potrebbe provocare stress e tracolli del sistema nervoso) assolutamente sconsigliato (poi, ognuno è masochista a modo suo) come lettura per il tragitto in metro o autobus fino al lavoro.

Lo stile ha un buon sapore e in generale lascia un buon profumo -di mare- al termine della lettura.

Non saprei bene se si tratti del libro noioso che mi sia piaciuto di più, o del bel libro che più mi abbia annoiato, ma il giudizio non è negativo, tutt’altro, solo che ecco, non lo consiglierei a tutti.

Bisogna armarsi di pazienza e leggerlo come si cercava l’oro nei fiumi, con il setaccio. Di pepite sparse qua e là ce ne sono, ve lo posso assicurare. E brillano tanto.

E poi, quando sono fighe le copertine delle edizioni 66thand2nd?