Madeleine Lisboeta

Libreria Lisbona.jpgdi Mirco Mungari

Passeggiavo in un torrido pomeriggio d’agosto per le vie affollate del Barrio Alto a Lisbona. Sconfinando nel Chiado, rassegnato a lasciarmi assorbire dalla fiumana di turisti con velleità letterarie, percorrevo Rua Garrett in cerca dell’insegna A Brasileira (ero fresco di visita alla casa-museo di Pessoa, e nonostante il lato marxista della mia personalità insistesse a provare un certo fastidio nella faccenda, non potevo non dirmi affascinato dall’identità perfetta tra la città e il suo borghesissimo poeta). Stornata in un batter d’ali l’idea di avventurarmi all’interno del lussureggiante e costosissimo caffè, ripiegai su una più modesta libreria, specializzata in libri antichi, stampe, chincaglierie e macerie del terremoto del 1755; piuttosto labirintica e stipata, dal locale aperto sulla strada si trasformava gradatamente in un dedalo di stanzette e sottoscala ricoperti di scaffali illuminati dai neon.

Parcheggiato Pessoa al caffè, intento a farsi la quindicesima ginjinha della mattinata, mi lasciavo condurre dalla rassicurante voce di Saramago mentre vagavo con gli occhi tra i titoli accuratamente catalogati per soggetto. Dalla poesia epica al teatro francese in traduzione, traghettando attraverso la cartografia nell’ampia parete della narrativa, costeggiando i trattati di teologia e le riviste nostalgiche (Marcelo Caetano ammiccava dalla copertina di un tabloid), mi lasciai irretire da uno splendido cannocchiale in ottone e radica puntato verso la vetrina, come a voler scrutare la folla vacanziera che intasava il marciapiede (un inconscio deja vu dell‘Estado Novo? Avevo ancora negli occhi le tetre stanze del Museu do Aljube). Sotto di esso, accanto a una zanna di elefante del Mozambico e un paio di stilografiche, se ne stava in disparte un bellissimo Atlante dell’impero portoghese, chiuso e muto da almeno un secolo e mezzo e probabilmente ignaro della Rivoluzione dei Garofani; vinto dalla curiosità (Saramago taceva, forse irretito dal prezzo) osai aprire la copertina e iniziai a sfogliare le pagine di bella carta d’India. Fu intorno a un dettaglio della costa dell’Angola che, d’istinto, avvicinai le narici alla costolatura e inspirai lentamente.

In un istante avevo nove anni, mio padre mi teneva per mano mentre entravamo in una piccola libreria un sabato pomeriggio di ottobre. Tutto era di nuovo in ordine: la voce del libraio, le sue mani anziane, i titoli misteriosi sugli scaffali, l’odore. L’odore dei libri. L’inspiegabile senso di pace, malinconia, sazietà, che invade le narici e poi il petto del lettore attento quando riesce a percepire la sfumatura del profumo della buona carta, dell’inchiostro, della colla. Quella sera mio padre mi comprò un cartoccio di odore di libri, prima di ogni altra cosa.

Ero triste; rimisi a posto l’Atlante e mi avviai a passo svelto verso il Chiado.

Mi ero trovato davanti all’improvviso una domanda disturbante. Perché è così importante l’odore delle cose? Perché una sensazione olfattiva riesce a riportare a galla ricordi e sensazioni molto meglio di un’immagine o di un suono? Non essendo un neurochirurgo, mi ritrovai a passeggiare verso la Baixa con gli interrogativi irrisolti che vagavano placidamente in mezzo al resto (Lisbona ha la capacità di rendere tranquillo e surreale anche il pensiero più spaventoso). Tirando le somme, avevo trovato dentro una libreria le tracce della memoria di un’altra libreria, i libri sugli scaffali erano diventati altri libri sugli scaffali, io ero diventato un altro io, passato e in qualche modo defunto, grazie all’odore di un Atlante. Una implicita geografia del ricordare, come una rotta impossibile da tenere a mente ma registrata con perizia su una carta nautica. Come provare a ricordare i nomi di tutte le città della Germania, e ritrovarli segnati sulla mappa. Come sforzarsi di memorizzare il numero di abitanti di San Pietroburgo nel 1975 ma con la certezza di trovare la cifra da qualche parte, nella pagina giusta.

Chissà quanti altri ignari avventori di quella rivendita di libri vintage si apprestavano a consumare la propria personale madeleine in qualche casuale anfratto. Moltiplicate il concetto per tutte le librerie antiquarie di Lisbona.

A Bordeaux c’è una grande piazza aperta di Hanne Ørstavik Ponte alle grazie edizioni

recensione di Manuela Basso  imgres.jpg

(ovvero dell’arte di incontrarsi)

“Mi vuoi incontrare?”

Si apre così il libro di Hanne Ørstavik – il primo nella traduzione italiana di questa affermata scrittrice norvegese.

Così, ma senza punto di domanda.

Incontrami.

Un invito, una proposta, il biglietto d’ingresso per il tendone di un luna parc in un quartiere di periferia. Un mondo sconosciuto, un viaggio. Il viaggio di Ruth, narratrice e protagonista, dai fiordi norvegesi a una piazza assolata nel sud della Francia. Per incontrare chi? Un uomo. Una donna. Un amore. Se stessa. Il desiderio dentro di sé, l’incontro più difficile.

“Sono scesa in uno spazio dentro di me che era sott’acqua e allo stesso tempo dentro una montagna, c’erano cavità, canali, grandi sale, come in una cantina profonda sotto terra, o una grotta… Sono in un posto che non conosco, penso.”

Chi sono io? Dove sono io?          E tu, dove sei tu?

“Dov’è l’uomo verso cui ho camminato e camminato nell’ultimo anno, dov’è? Riuscirò mai a incontrarlo? Starà mai lì dove posso attraversare la sala e andargli incontro, davanti, incontrare i suoi occhi, apertamente?”

Attraverso l’arte, la costruzione di un’opera d’arte, Ruth si lascia abitare dalle visioni e dai ricordi che la legano a Johannes, l’uomo verso il quale ha camminato e cammina percorrendo, stanza dopo stanza, il museo della sua memoria e dei suoi fantasmi, in un viaggio che non può essere solo partenza ma che inizia proprio quando ci si rende conto di non sapere dove ci porterà e ci si lascia trasportare, allora, dalle correnti dei venti e dalle maree.

Di dolore si tratta, in fondo, sempre di dolore. Che transita, si sposta, dall’intestino alle mani, dalla testa al cuore. Attraverso gli occhi, anche se chiusi o lontani.

Di non incontri si tratta. Traiettorie in cui non ci siamo incontrati, spazi vissuti nell’assenza, linee che si sono soltanto sfiorate.

A Bordeaux c’è una grande piazza aperta, dove Ruth non incontra l’uomo che aspetta. Incontra Abel, si lascia sfiorare dai passanti, attraversare dalle direttrici del tempo, guidare dai desideri.

“E lo so, che è l’unica possibilità, l’altro come un altro, che è un presupposto, per un incontro. Che siamo due, non uno. Che siamo separati. Lo so. Ma quella parte in me che è sola non lo sa. Non può saperlo. Brancola, vede. Le immagini, come premonizioni, possibilità, proposte, spazi”.

Nelle scarpe rosse di Abel, nelle sue sculture, nei passi di Lily, nella chitarra di Ralf, nella sabbia fine che lascia ombre leggere, Ruth ritrova tracce del suo passato, del suo presente, del suo futuro.

Bisogna essere saldi dentro di sé, bisogna essersi trovati per donarsi, conoscersi per aprirsi all’incontro.

L’amore ci rende vulnerabili.

“Penso che sia un canale nella vita, questo, una fenditura verso qualcosa, inaspettato, imprevisto, qualcosa su cui non posso dire niente fino a dopo, dopo esserci stata, esserci passata attraverso, averlo vissuto”.

Da qualche parte nei sogni che facciamo al mattino, appena prima di svegliarci, nel girovagare inquieto dei pensieri in fila al semaforo, abbiamo tutti una grande piazza aperta: nella scrittura immaginifica ed evocativa della Ørstavik ci è dato vederla.

Ci sono alberi lungo tre lati, in doppia fila, come un viale. Il quarto lato dà sul fiume. Nel mezzo non c’è nulla, solo ghiaietto. Un ghiaietto fine come sabbia. Eppure è quello spazio, quel nulla, che ci attrae, che ci cattura.

L’apertura del possibile.

“Lo spazio è così forte. Come se volesse qualcosa da me. Me lo sono tenuto dentro a lungo, ho pensato, ascoltato tutte le possibilità che racchiude. L’unica cosa che vedo, ancora e ancora, è molto semplice, quasi niente. Vedo una persona, in mezzo alla stanza. È una donna, e un uomo le va incontro. Li vedo da una grande distanza. L’uomo va incontro alla donna, lentamente. La donna resta immobile. È in piedi in mezzo alla stanza, ferma, prima che arrivi l’uomo, prima che lui cominci a camminare. Poi lui la raggiunge. Si guardano. Si guardano negli occhi.”

È allora che lo spazio si riempie di senso. Che la bellezza diventa esperienza. Che l’incontro avviene.

“E prima mi sentivo imprigionata, perché anche se avevo paura che gli altri potessero scomparire, non riuscivo a tenerli vicini. Ma ora tutto sta cambiando. La piazza aperta dove sono dondola, oscilla da un lato all’altro, si crepa, vedo che la piazza aperta è un posto nel mio corpo”.

Un posto in me.images.jpg

 

Hanne Ørstavik è nata a Tana, nel nord della Norvegia, nel 1969. Nel 1994, con il romanzo di esordio Hakk, ha dato inizio alla sua carriera di scrittrice e intellettuale, tra le più interessanti nel panorama attuale norvegese ed europeo. Ha pubblicato tredici romanzi fino ad ora, ha vinto numerosi premi letterari tra cui il Premio Dobloug assegnatole nel 2002. Det finnes en stor åpen plass i Bordeaux è la sua prima opera tradotta in italiano.

La natura dell’amore di John Burnside Fazi editore

imgres-1.jpgrecensione di Manuela Basso

John Burnside, La natura dell’amore ovvero I Put a Spell on You  (Fazi Editore 2017 p. 279)

Fin dalle prime pagine, questo libro sfugge le definizioni. Romanzo, come suggerisce l’edizione italiana di Fazi; autobiografia di un poeta contemporaneo; autofiction? Un memoir “sinuoso e struggente” come richiama la quarta di copertina? O piuttosto un gomitolo di racconti, che accompagna la vita di un personaggio di nome John: i suoi amori, la sua famiglia, le sue letture, la musica delle sue giornate. La colonna sonora di un viaggio in auto, in cui si lascia che il pensiero vaghi tra le immagini fuori dal finestrino e quelle che ritornano dietro i nostri occhi. I ricordi che accadono nel presente, “in questo adesso dal leggero sapore di madeleine e tisane”.

Un viaggio nella memoria, dunque. Un frusciare di pagine che dagli squallidi sobborghi di Corby, nella Scozia degli anni Sessanta dal profumo di violaciocche, arriva a perdersi nella tundra norvegese, nel tentativo di restare in ascolto del suono dolce del disgelo.

Nel silenzio del presente, Burnside canticchia tra sé le canzoni della sua play list e dipanando la matassa dei ricordi condivide con noi il suo divagare, le digressioni, la vera anima della lettura, secondo Laurence Sterne citato in epigrafe.

La natura dell’amore” è un libro in cui sostare se si è in cerca del proprio tempo. In cui stare per tutto il tempo che occorrerà perché Diane Arbus scatti una fotografia; Screamin’Jay Hawkins ci faccia un incantesimo e Wild Bill si sciolga nel suo lamento mortale.

Ma “I Put a Spell on You”, titolo originale dell’opera, qui nella traduzione dall’inglese di Giuseppina Oneto, è anche, necessariamente, un libro sull’amore. Sugli incontri e sui volti che ci sfiorano lungo il cammino, che John Burnside uno a uno nomina e nominandoli rende vivi.

La cugina Madeleine “dalle dita affusolate e dallo smalto rosso ciliegia”; Cathy schizofrenica classica, sempre in attesa di fuggire sulle montagne della luna; Annie James, pugnalata sul marciapiede; Karen; Kristen; Theresa Burnside, in memoriam. E sopra tutte, intorno a tutte, oltre tutte, Christina. L’amour fou.

Non c’era luogo comune che non valesse… ogni volta che c’era lei gli altri si riducevano a mero sfondo, comparse di un film sdolcinato. Niente che io possa dire si avvicinerebbe al senso dell’altro, alla soggezione che provavo quanto io e lei eravamo nella stessa stanza.”

Un sentire puro e assoluto ma perduto in un contorto labirinto di desiderio e rifiuto.

“Una forza di attrazione mi spingeva a toccarla: e più io volevo, più mi impegnavo a starle lontano. Desideravo con tutto me stesso stare con lei, ma sapevo che se fosse accaduto non avrei avuto niente da dirle.”

Una fuga dai gesti quotidiani – lo sfiorarsi, il sorridersi – da cui non si può più tornare indietro. Una ricerca di immobilità fino a sparire, semplicemente, pur desiderando di restare. Amour fou.

“Ti amo”, disse.

“Devo andare…” dissi.

Scappare per salvaguardare l’intensità di un sentimento. Indulgere nel dolore che diventa altro: mistero, incanto, follia. Lasciare che si imponga la meraviglia dei dettagli: “il rumore della pioggia, il profumo del burro e dei limoni, le nuvole che si formano sui tetti”, fino a ritrovarsi raggomitolati a terra in una stanza in cui non si ricorda di essere entrati. “E anche se scappi via sbattendoti le porte dietro, non puoi dimenticarti di esserci stato. E quella casa, a sua volta, non dimentica chi vi è andato.”

Ma il tempo è dato anche per il ritorno. E per la pienezza della scrittura che in Burnside si esprime nella parola poetica, seppure in prosa.

We’ll meet again.

Ci rincontreremo.

Si ma come noi, non come l’idea che avevamo di noi.

Magari ci sarà il sole, magari no, ma da qualche parte c’è un posto per noi, dove continueremo a incontrarci sotto ogni forma possibile e, con un po’ di fortuna, incanteremo l’altro con il garbo e la tenerezza.”

John Burnside: poeta e simgres.jpgcrittore scozzese, nasce a Dunfermline il 15 marzo 1955. Docente di scrittura creativa presso la University of St. Andrews di Edimburgo. La sua vasta produzione poetica ha ricevuto importanti riconoscimenti, vincendo nel 2000 il Whitbread Poetry Award e nel 2011 il T.S. Elliot Prize con la raccolta dal titolo ”Black Cat Bone”, definita ”un libro di grande bellezza, alimentato dall’amore, dai ricordi d’infanzia, da uno struggente desiderio umano e dalla solitudine”. Autore di romanzi e racconti, tra cui “Glister” pubblicato da Fazi Editore nel 2010.

 

Solo la terra resiste di James Robertson edizioni paginauno

recensione di Chiara Zammarchiimgres.jpg

“Portero’ una bottiglia di Whisky per non fartici pensare.” “Buona idea. meglio se ne porti due. Ci aiutera’ a tirare fuori tuo Padre”.

Mike deve allestire una mostra fotografica in ricordo del padre, ma ha il bisogno di trovare le parole per descriverlo e si affida ai ricordi di un’amica del padre

L’inizio pare essere una ricerca di un rapporto paterno mancato, una ricerca di un legame tra due fotografi con una differente espressione professionale.

Tutto questo si perde con lo sfogliare le pagine. Dal

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racconto di una vita inizi a viverne delle altre, personaggi, luoghi; dal politico con una particolare tendenza sessuale, all’agente segreto, alla madre casalinga a quella lavoratrice, alla donna violentata e a quella “alternativa” . La descrizione e’ estremamente dettagliata, i vari contesti storici, le tematiche politiche e sociali dal dopoguerra, special modo quella scozzese, sono il risultato di uno studio minuzioso e accademico. Con meraviglia e stupore ho ritrovato cenni storici dell’ Italia durante la seconda guerra mondiale.

L’uso diversificato degli stili narrativi denota l’indiscussa bravura di questo autore.

La scozia descritta non e’ quella dei paesaggi dalle colline verdi e della magia dei castelli, ma e’ quella  del lavoro nelle miniere, delle lotte politiche e dei “pub dai vetri colorati e saturi del fumo di tabacco da pipa e dell’odore di birra dolce scura da sessanta scellini…”,

Un libro impegnativo, intenso, le foto scattate daranno modo di portare alla luce fratture emozionali, saldature e forse ricongiungimenti.

La mostra verra’ allestita ma il risultato sara’ totalmente differente dalle aspettative.

Una scrittura maschile vera perché denota una sensibilità alle tematiche femminili come non se ne trovano facilmente.

La scrittrice con l’energia galattica

download-1.jpgYewande Omotoso 

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La signora della porta accanto,                          ed. 66thand2nd

 

Erano soltanto le 8.00 del mattino, ma il messaggio l’ho scritto lo stesso. Mi sono detta che Antonia (la commerciale di 66thand2nd) avrebbe capito. È una donna fantastica con cui lavoro da quando ho aperto la libreria. Mi sono detta che se una libraia può andare a letto alle 2.00 di notte per una cena con l’autrice e alzarsi alle 6.00 per prendere un pullman e due treni per andare a lavorare il giorno dopo, una ‘addetta al rapporto con le librerie’ poteva ben aprire un occhio dopo il bip di un whatsapp alle 8.00. In più, dalla mia, avevo il tono entusiasta con cui la ringraziavo di avermi proposto la presentazione del libro di Yewande.

La chiamo per nome perché dalla prima conversazione telefonica (‘Raffaella! Sono già arrivata in stazione’ ‘Arrivo in cinque minuti’) ho capito che questa ragazza mi sarebbe rimasta nel cuore. Così è stato, senza se e senza ma. Alta, flessuosa ed elegante, Yewande ha un sorriso che stende. Ti fa capire dove sta il senso della vita. Con le sue dita lunghe, lunghissime, fa incantesimi come un direttore d’orchestra con la sua bacchetta. Con la sua voce profonda, che sa squillare per una risata, azzittisce i pensieri. Ti fa venire voglia di abbandonarti al suo racconto. Ti fa venire voglia di tenertela vicina per godere della sua schiettezza semplice e disarmante – e tutte le persone che sono venute quella sera me lo hanno detto, ‘Ma non possiamo farla stare con noi?’, e per nessuno dei miei ospiti queste parole sono state pronunciate. IMG_20180504_214344.jpg

Starsene in libreria, con buon cibo (grazie alla Locanda Bergamotto) e buon vino, in mezzo ai libri e a bellissime persone che hanno partecipato, discusso, domandato, fatto battute, riso, ecco, è una delle grandissime gioie della mia vita di libraia.

Sentire qualcuno dire: ‘Se non ci fosse la cena correrei a casa a leggere il suo libro!’ ecco, è un’altra.

Dico GRAZIE ogni giorno per aver scelto questo mestiere. Dico GRAZIE alle tante meravigliose persone che mi hanno aiutato e mi aiutano a farlo, giorno dopo giorno, in via Bergamo.

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Yewande è tornata il giorno dopo a salutarmi prima di andare a prendere il suo treno. Quale gioia. Le ho detto che rimarrà nei nostri cuori, che il suo libro è così bello, che sono felice di averla potuta ospitare. Lei, sorridendo dal suo metro e ottantacinque, mi ha detto di andarla a trovare, se vado in Sud Africa.

L’eleganza del suo cuore rimarrà per sempre tra le pareti di Virginia e Co. e nei nostri ricordi.

Una mia amica che era a quella cena partirà a breve per il Sud Africa (alcuni mesi fa mi aveva chiesto un libro da leggere di un autore o un’autrice del luogo per calarsi nell’atmosfera – e che gioia averla accontentata così! ‘Tu realizzi i sogni, mi ha detto’).

Quanta invidia.

 

Triangoli imperfetti di Edith Wharton – ed. paginauno

ovvero desideri non euclideiTriangoli imperfetti.jpg

di Manuela Basso

Che cos’è la perfezione? Il culmine mirabile, l’attesa realizzata, il compiersi del tutto: della gioia, della serenità, dell’estasi? L’incontro con il possibile?

La perfezione spaventa. L’amore spaventa.

“… la violenza e l’assolutezza del suo amore erano troppo per lei”, si dice a proposito della signora Ansley nel primo dei “Triangoli” scelti da Paginauno per rendere omaggio alla bravura di Edith Wharton.

Una pagina dopo l’altra la scrittrice americana mette in scena la geometria imperfetta del desiderio umano.

“Riusciva a vedere ora ogni linea, ogni curva della sua mano, una mano agile, forte e giovane, con lunghe dita, appena un po’ tozze sulla punta, e un palmo elastico e sensuale. Sarebbe stato strano continuare a vivere senza conoscere il tocco di quella mano.

Sorpresi nell’intimità dei loro pensieri e raccontati nella semplicità di gesti quotidiani si incontrano tutti e tre i lati del triangolo.

Ciascuno nella propria solitudine.

Non c’è verità. Non c’è giudizio. A volte timore, sgomento, determinazione, codardia. Paura, sempre. Qualsiasi sia la scelta. Qualsiasi sia il lato che tocchi in sorte.

Si può scegliere la gioia. Joy in the House. Il ritorno a una famiglia irreprensibile, a una casa in festa, a un’amorevole accoglienza. Ma non si può mai tornare nel punto esatto da cui si è partiti. Il ritorno non è tornare indietro.

Bisognava solo impedire al dolore di affacciarsi alla porta, o cacciarlo se cercava di introdursi.”

La gioia può essere vissuta e respirata solo nell’istante in cui accade, nella sua pienezza. La grazia è accorgersene e custodirla, proteggerla, non lasciarla andare. Non dubitare della follia. Invece la gioia che sembra benedire il ritorno non è che carta crespa appesa a nascondere le crepe di un muro che non ci appartiene più.

Ma non sempre si può seguire la follia. A volte non se ne può neppure parlare. A volte si è costretti a rimanere seduti in un salotto austero, senza vita, dove anche le sedie e le poltrone ci guardano con manifesta ostilità, come accade alla protagonista del secondo racconto, Atrofia. Si lascia allora che qualcun altro parli per noi, sperando che l’amore che sentiamo basti a se stesso e sia compreso anche se non può essere detto.

“E i minuti scorrevano veloci mentre l’uomo che amava giaceva al piano di sopra. Era assurdo e deplorevole continuare a fingere con stupide chiacchiere…”

Ma non abbiamo la forza né il coraggio di salire la scala, di imporci in casa d’altri, di violare le regole dell’ospitalità. E allora prendiamo congedo.

E quando si sceglie di agire?

“’Non mi aspettavi?’ balbettò lui. ‘Non sono sicura di no’ gli rispose a bassa voce. E lui colse il suo sorriso in quella mezza luce. Un momento magico!”

Non esiste tentatore né colpa, ma l’azione porta con sé quello che siamo. La persona che siamo. Ci può essere gioia per chi procura l’infelicità altrui?

Così a volte si sceglie l’assenza. Si scioglie il nodo che ci teneva legati ed è solo nella scelta di morte che i sentimenti si manifestano con chiarezza.

Con precisione e delicatezza i Triangoli raccontano di un dolore inevitabile. Un dolore con cui non si può far altro che convivere, nel silenzio. Si può solo cercare di non muoversi. Di rimanere immobili. Perché se ci muoviamo in qualsiasi direzione, ci sarà nuova sofferenza.

Ma l’immobilità, per quanto a lungo si possa mantenere, non è umana. Umana è, invece, l’imperfezione, che Edith Wharton magistralmente racconta e che ha la mia voce, la nostra voce.

 

 

Laura Pariani e il pozzo artesiano

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Laura Pariani, una scrittrice profonda come un pozzo artesiano ben fatto – per usare una sua metafora. Una scrittrice con una visione del mondo, una vera scrittrice, merce rara.

Che bello averla avuta ospite da Virginia e Co., sabato 17 marzo scorso, a parlare del suo libro ‘di ferro e d’acciaio’ uscito per NNeditore. Rimasto abbozzato in attesa nel suo computer per qualche tempo – e quasi dimenticato dalla sua autrice – ha trovato il suo spazio all’interno di questa nuova collana ideata dagli editori milanesi in cerca di qualcosa di nuovo e utile per i loro lettori.

E noi ne siamo felici.

Un libro piccolo di dimensioni che contiene un universo intero. Una dittatura immaginaria – ma fino a che punto? vibra come realtà! – in una Lombardia desertificata e irrigidita dentro spazi che vorrebbero essere di sicurezza e invece si dimostrano di reclusione. Una popolazione piegata che crede di vivere, tutto sommato, nella migliore condizione.

E poi la scheggia che impazzisce e porta in superficie l’unica risposta possibile: ascoltare il cuore.

Laura Pariani, una potenza gentile. Una vita stracolma. Dodici anni in sud America. Tanti libri scritti e pubblicati, il Campiello, la sceneggiatura di un film che ha vinto il Leone d’oro (Così ridevano di Gianni Amelio), i fumetti politici, l’insegnamento. Così tante persone conosciute e amate, così tanti luoghi visitati e amati, così tanto desiderio di entrare nel mondo, di comprenderlo, di rielaborarlo.

Una scrittrice vera, merce rara.

Per noi un dono. E poi la possibilità di uno scambio. Laura Pariani racconta di sé eppure ascolta, con attenzione. Condivide e la gioia si percepisce. Apre il cuore, e a noi viene voglia di aprire il nostro. Condividiamo, prendiamo molto, lasciamo quello che possiamo. Ho l’impressione che ce ne andiamo a casa più consapevoli e più forti. Più capaci di percepire il nostro posto nel mondo.

E poi il dopo incontro, persi in chiacchiere, buon vino, qualche sigaretta, tanti racconti, risate, tenerezza e umorismo. Ma quello è uno dei piaceri sublimi e segreti riservati alla libraia, che resteranno nel cuore per sempre. Mestiere meraviglioso, il mio, il più bello del mondo.

Lo Zen – Alan W. Watts

di Stefania Convalle

imgres.pngQualche tempo fa sono entrata nella libreria Virginia e Co. e dopo aver conversato con Raffaella e aver fatto razzia di libri, come al solito quando entro in questo mondo, lo sguardo si è posato su un vecchio libro che mi guardava insistentemente ;-).

Raffaella, alla quale non sfugge un singolo battito di ciglia, ha detto: “Prendilo! Te lo regalo.”

“Veramente?”

Ero sorpresa, non capita proprio tutti i giorni!

Pare che lei abbia una teoria e cioè che i libri hanno dei genitori e che “LO ZEN” di Alan W. Watts stesse aspettando proprio me.

Dovete sapere che nella mia vita ho fatto diverse cose, e una di queste è frequentare il Monastero “Il Cerchio” di Milano per diventare operatrice Zen Shiatsu. Per tre anni ho praticato e imparato molto sui meridiani energetici, medicina cinese, stati Kyo e Jitsu. Una goccia nel mare. Ho osservato molto, ascoltato, vissuto lateralmente la vita dei monaci.

Non mi sono fatta monaca buddista 🙂 sono solo diventata una shiatsuka e la pratica mi ha aiutata a muovere corde molto profonde di me che ho riversato nei miei libri.

Leggere questo libro mi ha fatto ripercorrere le varie tappe di una strada che avevo già conosciuto, ho riletto concetti filosofici e non, soprattutto non, di questa corrente di pensiero.

La cosa che mi ha colpita, e in qualche modo rincuorata, perché a volte mi viene il sospetto di aver dimenticato tutti quegli insegnamenti, è che lo Zen non prevede che si sia santi! Eh no, una delle cose importanti è che lo Zen ha i piedi ben piantati in terra. La testa nella bellezza del Cielo, ma i piedi non perdono per un solo istante il contatto con la realtà.

Perché se è vero che lo Zen ha ispirato, per esempio, la poesia di Basho, la cerimonia del tè, la tranquilla e semplice architettura giapponese, è anche vero che ha prodotto il rigoroso codice dei Samurai.

“L’aspetto paradossale dello Zen sta in questa capacità di combinare la pace del Nirvana con l’intensa attività della battaglia e le attività comuni della vita quotidiana.” Senza dimenticare mai il proprio “centro”. Rigore, disciplina, ma anche e soprattutto tanta elasticità.

“Ciò che soprattutto conta è acquistare un certo atteggiamento mentale che si chiama  immobile saggezza… Immobile non significa essere rigidi, pesanti e privi di vita come una roccia o un pezzo di legno. Significa il grado più alto di mobilità intorno a un centro che rimane immobile. La mente raggiunge allora il più alto grado di alacrità, attenta a dirigere la sua attenzione dovunque sia necessario… Vi è un centro immobile, che però procede, spontaneamente, insieme alle cose che gli si presentano innanzi. Lo specchio della saggezza le riflette istantaneamente l’una dopo l’altra, rimanendo in sé intatto e non turbato.”

Ho ricordato che lo Zen è molto concreto e il fulcro sta proprio nel non perdere di vista la vita che si vive, momento per momento.

Fluire insieme alla vita, senza cercare di afferrare l’onda del mare che muterebbe al solo contatto delle nostre dita.

I Maestri Zen si servono dei famosi Koan, quesiti surreali senza apparente o logica soluzione, che hanno il compito di spingere ad uscire da schemi preordinati allargando la mente, farci comprendere che la vita, tutto sommato, se vissuta senza resistenza ma con consapevolezza, è più semplice di quanto si creda.

Il famoso “qui e ora” non dev’essere solo una moda da occidentali apparentemente illuminati, ma dev’essere veramente un qui e ora, dalla testa ai piedi, non perdendo mai di vista il proprio centro.

Un filosofo si recò un giorno da un maestro zen e gli disse: “Sono venuto a informarmi sullo Zen, su quali siano i principi ed i suoi scopi”. “Posso offrirti una tazza di tè?” gli domandò il maestro. Ed incominciò a versare il tè da una teiera. Quando la tazza fu colma, il maestro continuò a versare il liquido, che traboccò. “Ma cosa fai?” sbottò il filosofo. “Non vedi che la tazza è piena?” “Come questa tazza” disse il maestro” “anche la tua mente è troppo piena di opinioni e di congetture, perché le si possa versare dentro qualcos’altro. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tazza?”

Questo libro è servito a dare una rinfrescatina a quello che avevo imparato, a farmi ricordare che vivere Zen non è essere santi, ma è respirare con il respiro della vita. Non perdere il centro, essere elastici per schivare e far passare senza fare muro le aggressioni che possono arrivare dall’esterno, senza perdere il proprio personale equilibrio attraverso un radicamento al nostro centro, autodisciplina e, perché no, tanta autoironia!

Grazie, dunque, a Raffaella per avermi donato questo libro che in un momento molto intenso della mia vita, ci sta bene come il cacio sui maccheroni!

Scrittrice, sì. Editrice, sì. Donna sempre in pista, sì.

Ma…

Ma ho ricordato che le onde del mare vanno ammirate e non afferrate, perché in quel preciso momento non esistono più e il panorama è cambiato.

Qui e ora. La soluzione di tutto?

Virginia#fuoriposto – il gruppo di lettura

tema: il copricapo

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di Clara Maiorano

Ieri sera (15 febbraio 2018 ndr), immersi nella calda accoglienza di Virginia e Co., il nostro gruppo di lettura ha generato una discussione letteraria stimolante e proficua.

         Foto © AP
foto tratta dal sito: stile.it

Titolo di “showman” della serata va certamente a “Sonno” di Murakami Haruki. Il primo pensiero che ho avuto ascoltando pareri nettamente contrastanti su questo grande autore, è stato: “Murakami o lo ami o lo odi. Non esistono di certo sfumature o mezze misure quando ci si avvicina alla sua penna”. E avevo proprio ragione a pensarlo. Durante un vero e proprio dibattito dai toni sentiti c’è stato infatti chi – come la nostra cara Raffaella – ha espresso il suo amore per lo scrittore giapponese, perché capace di creare spazi che conducono il lettore in una dimensione altra, ma anche chi l’ha definito addirittura “innervosente”. “Fastidioso perché non conclude il racconto con un finale netto, perché poco descrittivo nei riguardi dei protagonisti e perché colei che perde il sonno non ha davvero alcun motivo per essere insoddisfatta della sua vita”. Chi l’ha trovato geniale ha invece riconosciuto nel modo di scrivere destabilizzante tipico di Murakami un’acuta capacità di stimolare il lettore a porsi domande profonde sulla vita. Sono soddisfatto della mia realtà? Oppure anch’io, come la protagonista del racconto, ho un’esistenza piatta, rinchiusa in uno schema monotono, privo di emozioni e per nulla vitale? Vivo relazioni vere e autentiche capaci di farmi crescere, o ho davanti a me solo corpi che hanno la consistenza di involucri vuoti? Con mio marito sono davvero in contatto, oppure il nostro rapporto è solo un “farsi compagnia” che non ha nulla di arricchente?

Abbandonato Murakami ci siamo poi addentrati nel tema scelto per quest’anno come filo conduttore del nostro gruppo di lettura: il cappello. È stato acceso e ricco di incursioni nel sociale il dialogo che si è andato generando a partire da uno spunto preso dal libro: “Miti e misteri” di Károly Kerényi, Bollati e Boringhieri Edizioni. Il punto di partenza è stato l’uso che si faceva del velo in epoca ellenica. Perché il velo veniva posto sul capo della donna sia nel momento delle nozze che durante le funzioni funebri? C’è per caso un’assonanza tra il matrimonio e la morte? Ebbene sì! In entrambi i casi avviene, infatti, una morte dell’ego. Affermazione che ha aperto un vero e proprio flusso di ragionamenti su come la donna è stata vista e trattata nei secoli e sull’uso che si è fatto del velo dall’antichità fino ai giorni nostri, in particolar modo in un Paese come lo Yemen. Davvero molto interessante anche il racconto sul significato di alcuni riti iniziatici ellenici di congiunzione del sole e della luna, durante i quali la donna doveva indossare il velo, un piccolo lembo di stoffa che aveva la funzione di ricordare la capacità introspettiva del femminile.

La donna, meditando e guardandosi dentro, era in grado di prevedere il futuro. Aveva il potere di creare e di trasformare la forza distruttiva dell’uomo in positività.

Immaginatevi le domande che si sono susseguite dopo questo racconto. Perché solo alla donna è riconosciuto questo potere? La società moderna ha ancora questa percezione dell’io femminile e dell’io maschile? Il velo è stato imposto alla donna nei secoli per sottomissione, o anche per protezione? Come vivono attualmente i Paesi islamici l’uso del velo?

Molto affascinante è stato poi il momento dedicato allo stilista Alexander McQueen e ai suoi cappelli: vere e proprie opere d’arte che parlano di inquietudini nascoste, volti in parte celati, vite che non sono ancora sbocciate. Non da meno, l’omaggio alla giornalista Anna Piaggi che dei suoi copricapi ha fatto il leitmotiv della vita.

Poteva poi mancare Borsalino? E no. Poche e belle immagini ci hanno ricordato quanto lo storico marchio, con i suoi cappelli, abbia contribuito alla storia del cinema. Infine, attraverso la proposta di lettura del libro: “Il cappello a tre punte” di Pedro Antonio de Alarcón, abbiamo gustato qualche divertente storia “alla Boccaccio”.

Beh, che dire! Abbiamo proprio un bel gruppo di lettura. Nelle nostre serate di certo non manca la condivisione e la voglia di ascoltare il parere altrui. Chissà cosa ci aspetta di bello il 13 marzo, dopo aver letto “La sposa yemenita” di Laura Silvia Battaglia, “Magritte” di Vincent Zabus e il tanto desiderato “Il cappello di Mitterand”, di Antoine Laurain. Chi vuole aggiungersi a noi è il benvenuto!

Le ragazze elettriche sono tornate, più indomabili che mai

In attesa di ascoltare Davide Steccanella alla nostra prima cena del 2018 con l’autore, giovedì 25 gennaio – data di nascita di una super indomabile come Virginia Woolf, tra l’altro – possiamo gustarci questa bella recensione di Clara Maiorano al libro di Naomi Alderman ‘Ragazze elettriche’ (edizioni nottetempo).

Sia questo che ‘Le indomabili’ di Steccanella parlano prepotentemente di donne. Con visuali e punti di osservazione diversi, ma in un certo modo assonanti: pongono l’attenzione, infatti, sulla gestione del potere, nelle sue tante forme all’interno di vari contesti sociali. Mi auguro di poter continuare questo dibattito anche durante la prossima cena, di poter aggiungere ulteriori considerazioni ma soprattutto sguardi; nella pluralità il confronto diventa interessante e costruttivo.

Spero di vedervi numerosi, intanto buona lettura!

di Clara Maiorano

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Che cosa potrebbe accadrebbe all’umanità se un giorno le donne scoprissero di avere nel palmo delle loro mani un potere inaspettato? Una vera e propria scarica elettrica che può anche uccidere? In “Ragazze elettriche” di Naomi Alderman tutto questo è reale e dà vita in un intenso fluire di eventi, ad un nuovo mondo, un mondo dove il potere è tutto al femminile. Le donne riscoprono il valore dell’unione, della sorellanza e cominciano ad usare la loro energia per rubare all’uomo i vertici del potere in ogni tipo di ambito. Roxy: potere fisico e controllo sul contrabbando di droga, Margot e Tatiana: potere politico, Allie: potere religioso. L’ordine dei giochi del mondo è stato ribaltato, le donne possono finalmente trovare giustizia per tutti gli abusi subiti ma l’essenza non cambia. Anche nelle mani delle donne il potere è il soggetto dominante capace di abbrutire chi lo possiede. La politica viene vissuta nello stesso identico modo in cui un qualsiasi uomo riuscirebbe a fare. L’uomo diventa un oggetto indispensabile solo per la riproduzione perché: “…è meno intelligente, meno tenace, ha il cervello nei muscoli e nell’uccello”. Il genere maschile finalmente prova sulla propria pelle tutti i disagi morali e fisici di cui da sempre le donne sono vittime. Diventa il “sesso debole” ma la donna non trova un vero riscatto. Leggendo il romanzo viene infatti da chiedersi: cosa c’è nel potere di tanto attraente per l’animo umano da renderlo alla fine schiavo e non protagonista? Perché l’umanità non è capace di gestire il potere in maniera positiva? Forse il potere non è la vera soluzione? Forse la risposta è nascosta alla fine del romanzo nelle risate sincere che uniscono Tunde, report nigeriano, ad una Roxy ormai priva della sua matassa di energia elettrica? Oppure in quell’incanto nato dall’incontro di due corpi amici messi l’uno accanto all’altro? In quella coperta condivisa e in quella volontà di salvare la vita dell’altro nonostante le brutture che entrambi hanno commesso? L’uno bacia le ferite dell’altro. E in quello scenario di morte e distruzione si apre un piccolo spiraglio di vita. Il vero potere potrebbe essere questo “guardarsi” reciproco, questo accogliersi alla pari e senza giudizio alcuno? Apocalittico, onirico, fantascientifico. Esplosivo. Un romanzo ricco di spunti di riflessione. Una scrittura precisa come l’occhio di una telecamera.

CHI E’ NAOMI ALDERMAN

Luogo e anno di nascita: Londra 1974

Attività: scrittrice, conduttrice del canale Science e Stories sulla BBC Radio4, insegnante di Scrittura Creativa presso l’Università di Bath e coautrice dell’app per smartphone Zombies, Run!

Romanzi pubblicati con Nottetempo: Disobbedienza (2007), vincitore dell’Orange Award for New Writers e del premio del Sunday Times come giovane scrittrice dell’anno.

Senza toccare il fondo (2011)

Il Vangelo dei bugiardi (2014)

Ragazze Elettriche (2017) vincitore del Baileys Women’s Prize 2017

Riconoscimenti: 2007 premio ricevuto dal Sunday Times come giovane scrittrice dell’anno; 2013 la rivista Granta la inserisce nella lista dei migliori giovani scrittori inglesi.