A Bordeaux c’è una grande piazza aperta di Hanne Ørstavik Ponte alle grazie edizioni

recensione di Manuela Basso  imgres.jpg

(ovvero dell’arte di incontrarsi)

“Mi vuoi incontrare?”

Si apre così il libro di Hanne Ørstavik – il primo nella traduzione italiana di questa affermata scrittrice norvegese.

Così, ma senza punto di domanda.

Incontrami.

Un invito, una proposta, il biglietto d’ingresso per il tendone di un luna parc in un quartiere di periferia. Un mondo sconosciuto, un viaggio. Il viaggio di Ruth, narratrice e protagonista, dai fiordi norvegesi a una piazza assolata nel sud della Francia. Per incontrare chi? Un uomo. Una donna. Un amore. Se stessa. Il desiderio dentro di sé, l’incontro più difficile.

“Sono scesa in uno spazio dentro di me che era sott’acqua e allo stesso tempo dentro una montagna, c’erano cavità, canali, grandi sale, come in una cantina profonda sotto terra, o una grotta… Sono in un posto che non conosco, penso.”

Chi sono io? Dove sono io?          E tu, dove sei tu?

“Dov’è l’uomo verso cui ho camminato e camminato nell’ultimo anno, dov’è? Riuscirò mai a incontrarlo? Starà mai lì dove posso attraversare la sala e andargli incontro, davanti, incontrare i suoi occhi, apertamente?”

Attraverso l’arte, la costruzione di un’opera d’arte, Ruth si lascia abitare dalle visioni e dai ricordi che la legano a Johannes, l’uomo verso il quale ha camminato e cammina percorrendo, stanza dopo stanza, il museo della sua memoria e dei suoi fantasmi, in un viaggio che non può essere solo partenza ma che inizia proprio quando ci si rende conto di non sapere dove ci porterà e ci si lascia trasportare, allora, dalle correnti dei venti e dalle maree.

Di dolore si tratta, in fondo, sempre di dolore. Che transita, si sposta, dall’intestino alle mani, dalla testa al cuore. Attraverso gli occhi, anche se chiusi o lontani.

Di non incontri si tratta. Traiettorie in cui non ci siamo incontrati, spazi vissuti nell’assenza, linee che si sono soltanto sfiorate.

A Bordeaux c’è una grande piazza aperta, dove Ruth non incontra l’uomo che aspetta. Incontra Abel, si lascia sfiorare dai passanti, attraversare dalle direttrici del tempo, guidare dai desideri.

“E lo so, che è l’unica possibilità, l’altro come un altro, che è un presupposto, per un incontro. Che siamo due, non uno. Che siamo separati. Lo so. Ma quella parte in me che è sola non lo sa. Non può saperlo. Brancola, vede. Le immagini, come premonizioni, possibilità, proposte, spazi”.

Nelle scarpe rosse di Abel, nelle sue sculture, nei passi di Lily, nella chitarra di Ralf, nella sabbia fine che lascia ombre leggere, Ruth ritrova tracce del suo passato, del suo presente, del suo futuro.

Bisogna essere saldi dentro di sé, bisogna essersi trovati per donarsi, conoscersi per aprirsi all’incontro.

L’amore ci rende vulnerabili.

“Penso che sia un canale nella vita, questo, una fenditura verso qualcosa, inaspettato, imprevisto, qualcosa su cui non posso dire niente fino a dopo, dopo esserci stata, esserci passata attraverso, averlo vissuto”.

Da qualche parte nei sogni che facciamo al mattino, appena prima di svegliarci, nel girovagare inquieto dei pensieri in fila al semaforo, abbiamo tutti una grande piazza aperta: nella scrittura immaginifica ed evocativa della Ørstavik ci è dato vederla.

Ci sono alberi lungo tre lati, in doppia fila, come un viale. Il quarto lato dà sul fiume. Nel mezzo non c’è nulla, solo ghiaietto. Un ghiaietto fine come sabbia. Eppure è quello spazio, quel nulla, che ci attrae, che ci cattura.

L’apertura del possibile.

“Lo spazio è così forte. Come se volesse qualcosa da me. Me lo sono tenuto dentro a lungo, ho pensato, ascoltato tutte le possibilità che racchiude. L’unica cosa che vedo, ancora e ancora, è molto semplice, quasi niente. Vedo una persona, in mezzo alla stanza. È una donna, e un uomo le va incontro. Li vedo da una grande distanza. L’uomo va incontro alla donna, lentamente. La donna resta immobile. È in piedi in mezzo alla stanza, ferma, prima che arrivi l’uomo, prima che lui cominci a camminare. Poi lui la raggiunge. Si guardano. Si guardano negli occhi.”

È allora che lo spazio si riempie di senso. Che la bellezza diventa esperienza. Che l’incontro avviene.

“E prima mi sentivo imprigionata, perché anche se avevo paura che gli altri potessero scomparire, non riuscivo a tenerli vicini. Ma ora tutto sta cambiando. La piazza aperta dove sono dondola, oscilla da un lato all’altro, si crepa, vedo che la piazza aperta è un posto nel mio corpo”.

Un posto in me.images.jpg

 

Hanne Ørstavik è nata a Tana, nel nord della Norvegia, nel 1969. Nel 1994, con il romanzo di esordio Hakk, ha dato inizio alla sua carriera di scrittrice e intellettuale, tra le più interessanti nel panorama attuale norvegese ed europeo. Ha pubblicato tredici romanzi fino ad ora, ha vinto numerosi premi letterari tra cui il Premio Dobloug assegnatole nel 2002. Det finnes en stor åpen plass i Bordeaux è la sua prima opera tradotta in italiano.

La natura dell’amore di John Burnside Fazi editore

imgres-1.jpgrecensione di Manuela Basso

John Burnside, La natura dell’amore ovvero I Put a Spell on You  (Fazi Editore 2017 p. 279)

Fin dalle prime pagine, questo libro sfugge le definizioni. Romanzo, come suggerisce l’edizione italiana di Fazi; autobiografia di un poeta contemporaneo; autofiction? Un memoir “sinuoso e struggente” come richiama la quarta di copertina? O piuttosto un gomitolo di racconti, che accompagna la vita di un personaggio di nome John: i suoi amori, la sua famiglia, le sue letture, la musica delle sue giornate. La colonna sonora di un viaggio in auto, in cui si lascia che il pensiero vaghi tra le immagini fuori dal finestrino e quelle che ritornano dietro i nostri occhi. I ricordi che accadono nel presente, “in questo adesso dal leggero sapore di madeleine e tisane”.

Un viaggio nella memoria, dunque. Un frusciare di pagine che dagli squallidi sobborghi di Corby, nella Scozia degli anni Sessanta dal profumo di violaciocche, arriva a perdersi nella tundra norvegese, nel tentativo di restare in ascolto del suono dolce del disgelo.

Nel silenzio del presente, Burnside canticchia tra sé le canzoni della sua play list e dipanando la matassa dei ricordi condivide con noi il suo divagare, le digressioni, la vera anima della lettura, secondo Laurence Sterne citato in epigrafe.

La natura dell’amore” è un libro in cui sostare se si è in cerca del proprio tempo. In cui stare per tutto il tempo che occorrerà perché Diane Arbus scatti una fotografia; Screamin’Jay Hawkins ci faccia un incantesimo e Wild Bill si sciolga nel suo lamento mortale.

Ma “I Put a Spell on You”, titolo originale dell’opera, qui nella traduzione dall’inglese di Giuseppina Oneto, è anche, necessariamente, un libro sull’amore. Sugli incontri e sui volti che ci sfiorano lungo il cammino, che John Burnside uno a uno nomina e nominandoli rende vivi.

La cugina Madeleine “dalle dita affusolate e dallo smalto rosso ciliegia”; Cathy schizofrenica classica, sempre in attesa di fuggire sulle montagne della luna; Annie James, pugnalata sul marciapiede; Karen; Kristen; Theresa Burnside, in memoriam. E sopra tutte, intorno a tutte, oltre tutte, Christina. L’amour fou.

Non c’era luogo comune che non valesse… ogni volta che c’era lei gli altri si riducevano a mero sfondo, comparse di un film sdolcinato. Niente che io possa dire si avvicinerebbe al senso dell’altro, alla soggezione che provavo quanto io e lei eravamo nella stessa stanza.”

Un sentire puro e assoluto ma perduto in un contorto labirinto di desiderio e rifiuto.

“Una forza di attrazione mi spingeva a toccarla: e più io volevo, più mi impegnavo a starle lontano. Desideravo con tutto me stesso stare con lei, ma sapevo che se fosse accaduto non avrei avuto niente da dirle.”

Una fuga dai gesti quotidiani – lo sfiorarsi, il sorridersi – da cui non si può più tornare indietro. Una ricerca di immobilità fino a sparire, semplicemente, pur desiderando di restare. Amour fou.

“Ti amo”, disse.

“Devo andare…” dissi.

Scappare per salvaguardare l’intensità di un sentimento. Indulgere nel dolore che diventa altro: mistero, incanto, follia. Lasciare che si imponga la meraviglia dei dettagli: “il rumore della pioggia, il profumo del burro e dei limoni, le nuvole che si formano sui tetti”, fino a ritrovarsi raggomitolati a terra in una stanza in cui non si ricorda di essere entrati. “E anche se scappi via sbattendoti le porte dietro, non puoi dimenticarti di esserci stato. E quella casa, a sua volta, non dimentica chi vi è andato.”

Ma il tempo è dato anche per il ritorno. E per la pienezza della scrittura che in Burnside si esprime nella parola poetica, seppure in prosa.

We’ll meet again.

Ci rincontreremo.

Si ma come noi, non come l’idea che avevamo di noi.

Magari ci sarà il sole, magari no, ma da qualche parte c’è un posto per noi, dove continueremo a incontrarci sotto ogni forma possibile e, con un po’ di fortuna, incanteremo l’altro con il garbo e la tenerezza.”

John Burnside: poeta e simgres.jpgcrittore scozzese, nasce a Dunfermline il 15 marzo 1955. Docente di scrittura creativa presso la University of St. Andrews di Edimburgo. La sua vasta produzione poetica ha ricevuto importanti riconoscimenti, vincendo nel 2000 il Whitbread Poetry Award e nel 2011 il T.S. Elliot Prize con la raccolta dal titolo ”Black Cat Bone”, definita ”un libro di grande bellezza, alimentato dall’amore, dai ricordi d’infanzia, da uno struggente desiderio umano e dalla solitudine”. Autore di romanzi e racconti, tra cui “Glister” pubblicato da Fazi Editore nel 2010.

 

Solo la terra resiste di James Robertson edizioni paginauno

recensione di Chiara Zammarchiimgres.jpg

“Portero’ una bottiglia di Whisky per non fartici pensare.” “Buona idea. meglio se ne porti due. Ci aiutera’ a tirare fuori tuo Padre”.

Mike deve allestire una mostra fotografica in ricordo del padre, ma ha il bisogno di trovare le parole per descriverlo e si affida ai ricordi di un’amica del padre

L’inizio pare essere una ricerca di un rapporto paterno mancato, una ricerca di un legame tra due fotografi con una differente espressione professionale.

Tutto questo si perde con lo sfogliare le pagine. Dal

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racconto di una vita inizi a viverne delle altre, personaggi, luoghi; dal politico con una particolare tendenza sessuale, all’agente segreto, alla madre casalinga a quella lavoratrice, alla donna violentata e a quella “alternativa” . La descrizione e’ estremamente dettagliata, i vari contesti storici, le tematiche politiche e sociali dal dopoguerra, special modo quella scozzese, sono il risultato di uno studio minuzioso e accademico. Con meraviglia e stupore ho ritrovato cenni storici dell’ Italia durante la seconda guerra mondiale.

L’uso diversificato degli stili narrativi denota l’indiscussa bravura di questo autore.

La scozia descritta non e’ quella dei paesaggi dalle colline verdi e della magia dei castelli, ma e’ quella  del lavoro nelle miniere, delle lotte politiche e dei “pub dai vetri colorati e saturi del fumo di tabacco da pipa e dell’odore di birra dolce scura da sessanta scellini…”,

Un libro impegnativo, intenso, le foto scattate daranno modo di portare alla luce fratture emozionali, saldature e forse ricongiungimenti.

La mostra verra’ allestita ma il risultato sara’ totalmente differente dalle aspettative.

Una scrittura maschile vera perché denota una sensibilità alle tematiche femminili come non se ne trovano facilmente.

Triangoli imperfetti di Edith Wharton – ed. paginauno

ovvero desideri non euclideiTriangoli imperfetti.jpg

di Manuela Basso

Che cos’è la perfezione? Il culmine mirabile, l’attesa realizzata, il compiersi del tutto: della gioia, della serenità, dell’estasi? L’incontro con il possibile?

La perfezione spaventa. L’amore spaventa.

“… la violenza e l’assolutezza del suo amore erano troppo per lei”, si dice a proposito della signora Ansley nel primo dei “Triangoli” scelti da Paginauno per rendere omaggio alla bravura di Edith Wharton.

Una pagina dopo l’altra la scrittrice americana mette in scena la geometria imperfetta del desiderio umano.

“Riusciva a vedere ora ogni linea, ogni curva della sua mano, una mano agile, forte e giovane, con lunghe dita, appena un po’ tozze sulla punta, e un palmo elastico e sensuale. Sarebbe stato strano continuare a vivere senza conoscere il tocco di quella mano.

Sorpresi nell’intimità dei loro pensieri e raccontati nella semplicità di gesti quotidiani si incontrano tutti e tre i lati del triangolo.

Ciascuno nella propria solitudine.

Non c’è verità. Non c’è giudizio. A volte timore, sgomento, determinazione, codardia. Paura, sempre. Qualsiasi sia la scelta. Qualsiasi sia il lato che tocchi in sorte.

Si può scegliere la gioia. Joy in the House. Il ritorno a una famiglia irreprensibile, a una casa in festa, a un’amorevole accoglienza. Ma non si può mai tornare nel punto esatto da cui si è partiti. Il ritorno non è tornare indietro.

Bisognava solo impedire al dolore di affacciarsi alla porta, o cacciarlo se cercava di introdursi.”

La gioia può essere vissuta e respirata solo nell’istante in cui accade, nella sua pienezza. La grazia è accorgersene e custodirla, proteggerla, non lasciarla andare. Non dubitare della follia. Invece la gioia che sembra benedire il ritorno non è che carta crespa appesa a nascondere le crepe di un muro che non ci appartiene più.

Ma non sempre si può seguire la follia. A volte non se ne può neppure parlare. A volte si è costretti a rimanere seduti in un salotto austero, senza vita, dove anche le sedie e le poltrone ci guardano con manifesta ostilità, come accade alla protagonista del secondo racconto, Atrofia. Si lascia allora che qualcun altro parli per noi, sperando che l’amore che sentiamo basti a se stesso e sia compreso anche se non può essere detto.

“E i minuti scorrevano veloci mentre l’uomo che amava giaceva al piano di sopra. Era assurdo e deplorevole continuare a fingere con stupide chiacchiere…”

Ma non abbiamo la forza né il coraggio di salire la scala, di imporci in casa d’altri, di violare le regole dell’ospitalità. E allora prendiamo congedo.

E quando si sceglie di agire?

“’Non mi aspettavi?’ balbettò lui. ‘Non sono sicura di no’ gli rispose a bassa voce. E lui colse il suo sorriso in quella mezza luce. Un momento magico!”

Non esiste tentatore né colpa, ma l’azione porta con sé quello che siamo. La persona che siamo. Ci può essere gioia per chi procura l’infelicità altrui?

Così a volte si sceglie l’assenza. Si scioglie il nodo che ci teneva legati ed è solo nella scelta di morte che i sentimenti si manifestano con chiarezza.

Con precisione e delicatezza i Triangoli raccontano di un dolore inevitabile. Un dolore con cui non si può far altro che convivere, nel silenzio. Si può solo cercare di non muoversi. Di rimanere immobili. Perché se ci muoviamo in qualsiasi direzione, ci sarà nuova sofferenza.

Ma l’immobilità, per quanto a lungo si possa mantenere, non è umana. Umana è, invece, l’imperfezione, che Edith Wharton magistralmente racconta e che ha la mia voce, la nostra voce.

 

 

Le ragazze elettriche sono tornate, più indomabili che mai

In attesa di ascoltare Davide Steccanella alla nostra prima cena del 2018 con l’autore, giovedì 25 gennaio – data di nascita di una super indomabile come Virginia Woolf, tra l’altro – possiamo gustarci questa bella recensione di Clara Maiorano al libro di Naomi Alderman ‘Ragazze elettriche’ (edizioni nottetempo).

Sia questo che ‘Le indomabili’ di Steccanella parlano prepotentemente di donne. Con visuali e punti di osservazione diversi, ma in un certo modo assonanti: pongono l’attenzione, infatti, sulla gestione del potere, nelle sue tante forme all’interno di vari contesti sociali. Mi auguro di poter continuare questo dibattito anche durante la prossima cena, di poter aggiungere ulteriori considerazioni ma soprattutto sguardi; nella pluralità il confronto diventa interessante e costruttivo.

Spero di vedervi numerosi, intanto buona lettura!

di Clara Maiorano

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Che cosa potrebbe accadrebbe all’umanità se un giorno le donne scoprissero di avere nel palmo delle loro mani un potere inaspettato? Una vera e propria scarica elettrica che può anche uccidere? In “Ragazze elettriche” di Naomi Alderman tutto questo è reale e dà vita in un intenso fluire di eventi, ad un nuovo mondo, un mondo dove il potere è tutto al femminile. Le donne riscoprono il valore dell’unione, della sorellanza e cominciano ad usare la loro energia per rubare all’uomo i vertici del potere in ogni tipo di ambito. Roxy: potere fisico e controllo sul contrabbando di droga, Margot e Tatiana: potere politico, Allie: potere religioso. L’ordine dei giochi del mondo è stato ribaltato, le donne possono finalmente trovare giustizia per tutti gli abusi subiti ma l’essenza non cambia. Anche nelle mani delle donne il potere è il soggetto dominante capace di abbrutire chi lo possiede. La politica viene vissuta nello stesso identico modo in cui un qualsiasi uomo riuscirebbe a fare. L’uomo diventa un oggetto indispensabile solo per la riproduzione perché: “…è meno intelligente, meno tenace, ha il cervello nei muscoli e nell’uccello”. Il genere maschile finalmente prova sulla propria pelle tutti i disagi morali e fisici di cui da sempre le donne sono vittime. Diventa il “sesso debole” ma la donna non trova un vero riscatto. Leggendo il romanzo viene infatti da chiedersi: cosa c’è nel potere di tanto attraente per l’animo umano da renderlo alla fine schiavo e non protagonista? Perché l’umanità non è capace di gestire il potere in maniera positiva? Forse il potere non è la vera soluzione? Forse la risposta è nascosta alla fine del romanzo nelle risate sincere che uniscono Tunde, report nigeriano, ad una Roxy ormai priva della sua matassa di energia elettrica? Oppure in quell’incanto nato dall’incontro di due corpi amici messi l’uno accanto all’altro? In quella coperta condivisa e in quella volontà di salvare la vita dell’altro nonostante le brutture che entrambi hanno commesso? L’uno bacia le ferite dell’altro. E in quello scenario di morte e distruzione si apre un piccolo spiraglio di vita. Il vero potere potrebbe essere questo “guardarsi” reciproco, questo accogliersi alla pari e senza giudizio alcuno? Apocalittico, onirico, fantascientifico. Esplosivo. Un romanzo ricco di spunti di riflessione. Una scrittura precisa come l’occhio di una telecamera.

CHI E’ NAOMI ALDERMAN

Luogo e anno di nascita: Londra 1974

Attività: scrittrice, conduttrice del canale Science e Stories sulla BBC Radio4, insegnante di Scrittura Creativa presso l’Università di Bath e coautrice dell’app per smartphone Zombies, Run!

Romanzi pubblicati con Nottetempo: Disobbedienza (2007), vincitore dell’Orange Award for New Writers e del premio del Sunday Times come giovane scrittrice dell’anno.

Senza toccare il fondo (2011)

Il Vangelo dei bugiardi (2014)

Ragazze Elettriche (2017) vincitore del Baileys Women’s Prize 2017

Riconoscimenti: 2007 premio ricevuto dal Sunday Times come giovane scrittrice dell’anno; 2013 la rivista Granta la inserisce nella lista dei migliori giovani scrittori inglesi.

 

 

Andanza – il diario di Sarah Manguso

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di Lucrezia Medici

Si presenta come un piccolo libricino giallo, schizzato di inchiostro. È Andanza, il diario di Sarah Manguso. Malgrado le sue ridotte dimensioni, racchiude una potenza e una densità enormi.

Non è solo un diario, ma è un flusso di coscienza, un vortice in cui l’autrice conduce il lettore, facendolo addentrare nella sua vita più intima.

Sarah Manguso si confida in queste pagine, si apre totalmente al lettore annotando i suoi pensieri, i suoi dubbi, le sue paure e le sue ossessioni. L’ossessione di fermare il tempo con la scrittura, annotandosi ogni minimo istante per paura che il tempo stesso la porti via con sé non lasciando più nulla.

Questo libro mi ha fatta entrare in un’altra dimensione, come un’esploratrice vagavo tra le pagine che piano piano mettevano a nudo anche una parte di me. Perchè è questo che fa il libro: parla di tutti noi e in ogni frase o pensiero sicuramente vi ritroverete. Sarete come Manguso, angustiata da mille tematiche della vita e sorpresa da altre. E l’unica àncora di salvezza nella tempesta che si scatenava nella sua mente è proprio la scrittura.

La frase che mi è rimasta più impressa è questa:

Avrei voluto annotare ogni istante, ma il tempo non è fatto di istanti, li contiene. E nel tempo c’è molto altro.”

 Questo libro è di una profondità e sensibilità disarmante.

Ma alla fine, mi è rimasto il dubbio: nel tempo, cosa c’è?

FATEVI DA PARTE. È IL TURNO DELLE RAGAZZE…ELETTRICHE

Ragazze elettriche di Naomi Alderman, un libro Nottetempo. Un libro da non lasciarsi scappare, un concentrato di energia e di riflessioni. Beatrice lo ha letto e non esita a consigliarlo, così.

Sei una donna. Non puoi uscire da sola di notte, è pericoloso.
Sei una donna. Non puoi guadagnare quanto un uomo: sei più debole, meno resistente e quindi
meno produttiva.
Sei una donna. Sei fertile, la tua capacità di dare forma a una vita diventa una colpa, un dovere o
una costrizione.
Sei una donna. Devi decidere: o carriera o famiglia.

Sei una donna. Sei elettrica. Adesso nessuno può più dirti cosa devi fare.

Naomi Alderman costruisce una distopia partendo da un mondo che è la fotocopia del  nostro presente. A poco a poco, in questo mondo in cui le gerarchie del potere sono le stesse del nostro, comincia a diffondersi uno strano fenomeno: prima le ragazze, giovani, meno di quindici anni, poi anche le donne, tutte le donne, sviluppano una matassa tra le clavicole che contiene una riserva di energia trasmissibile tramite le mani.

ragazze elettricheQuesta energia è parte di loro, come potrebbe esserlo un braccio o una gamba o ancora meglio un cuore. Ma, soprattutto, questa energia dà loro il potere. Il potere di infliggere dolore e morte tramite scariche elettriche generate dalla matassa.

Adesso sono le donne ad avere il potere e, ovviamente, niente potrà più essere lo stesso. Gli uomini smettono di essere i carnefici e diventano le potenziali vittime di una rabbia che è stata tenuta troppo a lungo celata, di un odio che diventa distruttivo e che porta alla costruzione di un nuovo ordine globale.

Quattro voci ci conducono fin nelle radici più profonde di questo romanzo, radici che penetrano in profondità e spaccano la roccia, come quelle di un albero, come quelle del potere.

C’è Roxy, dotata di un’energia straordinaria, figlia di un potente boss mafioso e abituata fin da ragazzina alla violenza, nutrita dal desiderio della vendetta. Poi c’è Allie, tormentata da un passato di rifiuto e di abusi che scopre di avere le doti di una leader
e che, sotto i consigli di una voce nella sua testa che è un po’ un daimon, un po’ la madre perduta, riesce a formare una comunità di donne a lei fedeli e a diventare “Eva”, il pilastro di una nuova chiesa che prima del Padre onora la Madre. C’è Margot, una donna di successo che sogna una carriera politica ma costretta a fare a patti con i propri superiori, uomini, meno dotati di lei. Le cose cambieranno quando sua figlia, una ragazza che fatica a controllare il proprio potere, le trasmetterà il “Dono”, l’inebriante energia della matassa.

All’inizio dovrà nasconderlo perché questa energia senza freni posseduta dalle donne terrorizza l’opinione pubblica. Ma scoprirà ben presto che è facile controllarlo, celarlo e poi, quando verrà il momento, utilizzarlo. Non ci sono solo voci femminili, c’è anche quella di un uomo: Tunde, reporter nigeriano che inseguirà per il mondo gli stravolgimenti che questa mutazione ha portato, rischiando di trovare la morte per mano di una donna ma scoprendo la salvezza per mano di un’altra.

Nell’alternarsi di queste voci scorrono le vicende del mondo: le donne, nei paesi in cui sono state sempre sottomesse, dall’Arabia saudita all’India, si ribellano e iniziano a comandare. Adesso sono loro ad avere il potere e non si fanno sfuggire l’occasione di vendicarsi di secoli di soprusi. In Moldavia il crudele dittatore che governa il paese viene ucciso dalla propria moglie che assume il potere e dichiara la nascita di una repubblica delle donne. Ma cosa succede quando esiste un potere che nulla sembra capace di piegare? Il potere diventa tiranno e la giustizia carneficina.

A fare da cornice al romanzo c’è uno scambio di e-mail tra due scrittori, un uomo, Neil Adam Armon, anagramma del nome dell’autrice, e una donna, Naomi. Capiamo, nello scambio che conclude il romanzo, che queste mail appartengono al futuro che la storia delle ragazze elettriche ha prefigurato, un futuro che è il rovescio del nostro.

Naomi scrive al suo collega scrittore: Hai preso in considerazione la possibilità di pubblicare questo libro firmandolo con un nome di donna? Cosa vogliono davvero le donne? Per Naomi Alderman la risposta è: il potere. Sarebbero capaci di essere diverse dagli uomini? Anche questa risposta, alla fine del romanzo, appare chiara e non può che tornare in mente l’incipit del libro: La forma del potere è sempre la stessa: è la forma di un albero.

Cosa impariamo del mondo di oggi leggendo Ragazze elettriche?

Non passa giorno in cui non apprendiamo di donne uccise da uomini che confondono la perversione del potere con l’amore, di donne che vengono lapidate per aver esercitato un briciolo di libertà e a cui non badiamo perché appartengono a società lontane dalla nostra che tanto si vanta di essere globalizzata. Forse in una distopia ci siamo già. Non ce ne rendiamo conto perché è diventata un’abitudine.

L’ANGOLO DEL MONDO

l'angolo di mondo

L’angolo del mondo. Quale? Quello raccontato nel libro pubblicato da Marcos y Marcos. Lo ha scritto la cubana Mylene Fernández Pintado. La nostra Clara, amica di Virgina e Co. ce ne parla parecchio bene. E’ un “angolo del mondo” che vale la pena di leggere.

Una proposta letteraria accolta: scrivere la prefazione dell’Eschimese, il romanzo di un giovanissimo autore e la vita di Marian, insegnante di spagnolo all’Università dell’Avana, finalmente si trasforma assumendo il suo vero colore.

E da donna “congelata” in una quotidianità apparentemente equilibrata ma priva di passione si ritrova finalmente libera e vitale, salva da quello schema grigio e tiepido che ormai era diventata la sua esistenza. Una vita che oltre il lavoro in Università e i fugaci e insoddisfacenti rapporti amorosi con l’ex marito non sapeva andar oltre.

L’occasione grazie alla quale Marian inizia a “volare” ha un nome ben preciso: Daniel Arco, il giovane autore di cui lei stessa sta curando la prefazione del libro. Lui, così  bohemien, spregiudicato e furente di vita riesce a irrompere e a scombussolare tutto il suo mondo un po’ troppo ordinato, inondandola di passione. Nulla riesce a separali. Nulla tranne un sogno, quello di Daniel di raggiungere la Spagna per costruire insieme un futuro migliore. Una vita fatta di amore e letteratura. Una vita poetica, folle e romantica. Marian non parte. Sceglie di restare nella sua amata e conosciuta Avana.

Non crede nella concretezza delle promesse di Daniel. Ma i suoi pensieri e il suo essere è sempre rivolto verso di lui. Il tempo senza Daniel non ha più sapore. Può un amore così forte e intenso finire in questo modo?

Questo il cuore del romanzo di Mylene Fernandez Pintado: “L’angolo del mondo”. Uno scritto che è un intreccio ben riuscito tra la storia personale di Marian e quelli che sono gli eventi e la cultura della città dell’Avana. Un romanzo che colpisce per le sue molteplici tinte. Le tinte sfocate e un po’ retrò della vita di Marian prima dell’arrivo di Daniel, quelle passionali e infuocate del loro amore e le tinte calde e nette di
Cuba.

A SAN PIETROBURGO CON IPERBOREA

bagliori a san pietroburgoUn romanzo che ci conduce verso i mesi freddi, si intitola “Bagliori a San Pietroburgo, ce lo consiglia così Dina Patelli, lettrice amica di Virgina e Co. Pubblicato da Iperborea, questo volume è stato scritto da Jan BROKKEN.

E’ un romanzo sentimentale -“a volte tutto si fonde in un’esplosione di bellezza”-, questo scritto di Brokken; un racconto in forma di saggi descrittivi, una guida alla storia -“il paradiso bolscevico è un inferno”- e alla città di San Pietroburgo, ai suoi monumenti, alle sue strade, alla sua poesia -“quando si viaggia si è in perenne dialogo con il passato…ciò che lo colpì fu la luce.

Una luce diversa rispetto a Mosca, che si rifletteva sul ghiaccio e sulle acque della Neva…tutto è musica in questa città. Anzi, sono la letteratura, la musica, l’arte figurativa, il teatro a sprigionare il bagliore che emana questa città”.

In cammino con Dostoevskij, Brodskij, Esenin, Solženicyn, Osip Mandel’stam, Gogol, Solženicyn, Šostakovič, Stravinskij, Rachmaninov, Malevic, Nina Berberova dai grandi occhi scuri (ma non manca un cenno alla moscovita Marina Cvetaeva, rude e scabrosa), Bagliori a San Pietroburgo si apre con la sofisticata Anna Achmatova “E non per me sola prego,/ Ma per tutti coloro che erano con me, laggiù,/ Nel freddo spietato, nell’afa di luglio,/ Sotto la rossa muraglia abbacinata”, per il figlio in carcere.

Brokken ancora a lei fa ritorno, in chiusura, in versi di sconsolata malinconia “Non vado né dritto né in cerchio/ Mai, da nessuna parte/ Come un treno che ha deragliato”.
È stato un ritorno, per me, questa lettura. Una viandanza. Amatissimo.

DOPO, TUTTO E’ PIU’ DOLCE

dopo è tutto più dolceJane Austen come icona pop: la grande scrittrice è anche questo. E allora perché non prepararci al weekend dedicato a lei (30 settembre e 1 ottobre) trovandoci davanti a un’ottima cena alla Locanda Bergamotto, mercoledì 27 settembre? Nostra ospite sarà Camilla dell’Orto Necchi con il suo libro ‘Dopo, è tutto più dolce edito da Piemme.

Potremo parlare di apparenti sconfitte e nuove vittorie, di determinazione, di amore e di passione: l’allestimento in ‘stile austeniano’ ci aiuterà a calarci in un’atmosfera in cui le donne sono protagoniste della propria vita e sono fiere di raccontarlo al mondo. Vi aspettiamo!

Intanto ecco come ne parla Clara Maiorano

Metti insieme una cinquantenne con un animo coraggioso e inventivo al pari di quello di una ragazzina, un ex velista libero e anticonformista, un ristorante caldo e accogliente, sentimenti e tante piccole storie che si intrecciano l’una con l’altra ed ecco che prende vita “Dopo, tutto è più dolce” di Camilla dell’Orto Necchi.

Un romanzo capace di ricordare al lettore quanto forti siano le donne nel rinascere e nel ricrearsi ogni volta che la vita non appare poi così buona. A dare forma a tutta questa magia è Betta, donna fantasiosa e mai arrendevole. Proprio lei che in un batter di ciglia perde tutto il suo mondo: le amicizie della Milano bene, un lavoro come stylist e tutte quelle abitudini che la facevano sentire “importante” e realizzata: i party alla moda, gli inviti mondani, le vacanze a Formentera.

Betta è forte e tira fuori da subito il suo carattere: si mette in cerca di una strada nuova e decisamente più vitale da percorrere e ci riesce. Impara che, senza cuore e passione anche il migliore dei lavori non ha poi così senso. Si mette finalmente in gioco nell’amore e nell’amicizia in modo sincero e schietto, riesce a trovare la dimensione che più le appartiene.

“Più dolce”, infatti, non è solo il nome che Betta dà alla società di catering che gestisce insieme all’amico Tito, ma è anche la caratteristica che determinerà la sua nuova vita. Perché senza dolcezza, stare al mondo ha poco sapore. Una storia che può essere quella di tutte noi. Un mondo al femminile che secondo la descrizione di Tito “è caldo e accogliente, pratico e realista, capace di mettersi in discussione, di ammettere il torto, di trovare un compromesso, determinato a trovare la strada e a percorrerla fino in fondo senza indugio, e quasi sempre con gioia.”

Un mondo che si sposa bene anche con la visione che aveva Jane Austen dell’universo femminile. La splendida e unica Jane Austen che dedicò tutta se stessa e il suo lavoro all’analisi dell’anima e della vita delle donne e che tra pochi giorni (dal 30 settembre al 1 ottobre, Roseto Niso Fumagalli Villa Reale di Monza) andremo a conoscere un po’ più da vicino, grazie a un intero weekend a lei dedicato.