Madeleine Lisboeta

Libreria Lisbona.jpgdi Mirco Mungari

Passeggiavo in un torrido pomeriggio d’agosto per le vie affollate del Barrio Alto a Lisbona. Sconfinando nel Chiado, rassegnato a lasciarmi assorbire dalla fiumana di turisti con velleità letterarie, percorrevo Rua Garrett in cerca dell’insegna A Brasileira (ero fresco di visita alla casa-museo di Pessoa, e nonostante il lato marxista della mia personalità insistesse a provare un certo fastidio nella faccenda, non potevo non dirmi affascinato dall’identità perfetta tra la città e il suo borghesissimo poeta). Stornata in un batter d’ali l’idea di avventurarmi all’interno del lussureggiante e costosissimo caffè, ripiegai su una più modesta libreria, specializzata in libri antichi, stampe, chincaglierie e macerie del terremoto del 1755; piuttosto labirintica e stipata, dal locale aperto sulla strada si trasformava gradatamente in un dedalo di stanzette e sottoscala ricoperti di scaffali illuminati dai neon.

Parcheggiato Pessoa al caffè, intento a farsi la quindicesima ginjinha della mattinata, mi lasciavo condurre dalla rassicurante voce di Saramago mentre vagavo con gli occhi tra i titoli accuratamente catalogati per soggetto. Dalla poesia epica al teatro francese in traduzione, traghettando attraverso la cartografia nell’ampia parete della narrativa, costeggiando i trattati di teologia e le riviste nostalgiche (Marcelo Caetano ammiccava dalla copertina di un tabloid), mi lasciai irretire da uno splendido cannocchiale in ottone e radica puntato verso la vetrina, come a voler scrutare la folla vacanziera che intasava il marciapiede (un inconscio deja vu dell‘Estado Novo? Avevo ancora negli occhi le tetre stanze del Museu do Aljube). Sotto di esso, accanto a una zanna di elefante del Mozambico e un paio di stilografiche, se ne stava in disparte un bellissimo Atlante dell’impero portoghese, chiuso e muto da almeno un secolo e mezzo e probabilmente ignaro della Rivoluzione dei Garofani; vinto dalla curiosità (Saramago taceva, forse irretito dal prezzo) osai aprire la copertina e iniziai a sfogliare le pagine di bella carta d’India. Fu intorno a un dettaglio della costa dell’Angola che, d’istinto, avvicinai le narici alla costolatura e inspirai lentamente.

In un istante avevo nove anni, mio padre mi teneva per mano mentre entravamo in una piccola libreria un sabato pomeriggio di ottobre. Tutto era di nuovo in ordine: la voce del libraio, le sue mani anziane, i titoli misteriosi sugli scaffali, l’odore. L’odore dei libri. L’inspiegabile senso di pace, malinconia, sazietà, che invade le narici e poi il petto del lettore attento quando riesce a percepire la sfumatura del profumo della buona carta, dell’inchiostro, della colla. Quella sera mio padre mi comprò un cartoccio di odore di libri, prima di ogni altra cosa.

Ero triste; rimisi a posto l’Atlante e mi avviai a passo svelto verso il Chiado.

Mi ero trovato davanti all’improvviso una domanda disturbante. Perché è così importante l’odore delle cose? Perché una sensazione olfattiva riesce a riportare a galla ricordi e sensazioni molto meglio di un’immagine o di un suono? Non essendo un neurochirurgo, mi ritrovai a passeggiare verso la Baixa con gli interrogativi irrisolti che vagavano placidamente in mezzo al resto (Lisbona ha la capacità di rendere tranquillo e surreale anche il pensiero più spaventoso). Tirando le somme, avevo trovato dentro una libreria le tracce della memoria di un’altra libreria, i libri sugli scaffali erano diventati altri libri sugli scaffali, io ero diventato un altro io, passato e in qualche modo defunto, grazie all’odore di un Atlante. Una implicita geografia del ricordare, come una rotta impossibile da tenere a mente ma registrata con perizia su una carta nautica. Come provare a ricordare i nomi di tutte le città della Germania, e ritrovarli segnati sulla mappa. Come sforzarsi di memorizzare il numero di abitanti di San Pietroburgo nel 1975 ma con la certezza di trovare la cifra da qualche parte, nella pagina giusta.

Chissà quanti altri ignari avventori di quella rivendita di libri vintage si apprestavano a consumare la propria personale madeleine in qualche casuale anfratto. Moltiplicate il concetto per tutte le librerie antiquarie di Lisbona.

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