“Lezioni di nuoto”, o la ricerca della grazia

Lezioni di nuoto (di Rohinton Mistry, Racconti edizioni, 2016, pp. 340) recensito da Manuela Basso, la prima protagonista dei “soddisfatti e recensori” amici di Virginia

Quando nuotiamo in una distesa di rifiuti galleggianti e ci disgusta anche la presenza di uno spettatore che assiste alla nostra impotenza, ci voltiamo per nuotare a dorso e guardare il cielo. Lasciamo che la corrente ci trasporti verso un altrove di mandorle e miele. Ma quando questo altrove arriva, ci scopre nudi, bloccati, isolati. Comunque stranieri. Allora è nel ritorno, anche solo immaginato, che conosciamo la grazia del cammino.lezioni-di-nuoto

È questa la sensazione che si prova voltando l’ultima pagina di “Lezioni di nuoto” di Rohinton Mistry, pubblicato nel 2016 da Racconti edizioni. La ricerca della grazia ci tiene a galla e ci accompagna su e giù per le scale del Firozsha Baag, il caseggiato di Bombay popolato dalla comunità zoroastriana parsi, fondale e palcoscenico per i racconti dell’autore indiano, naturalizzato canadese.

Racconti scritti nel 1987 (Swimming Lessons and Other Stories from Firozsha Baag) ma che fanno della quotidianità un’esperienza senza tempo. Non c’è grazia nell’infanzia. Nella povertà. Nella religiosità. Nel sesso. Sono le porte chiuse del caseggiato che si aprono una dopo l’altra a rivelarci la poesia di una mazza da cricket sfasciata; la vergogna per una collezione di francobolli incompleta; il fascino di una bancarella di bibite quasi fresche o il cigolio fuori posto di un’altalena.Negli oggetti, Mistry racconta la grazia. La centellina in istanti di umanità che si mostrano in gesti abituali nei quali, con inconsapevole semplicità, si sciolgono le malizie, le ansie di dominio, gli sgarbi, le vendette. Quella che traspare è allora la malinconia: dell’adolescente che vorrebbe ancora essere preso per mano, dell’anziano costretto a guardarsi dentro suo malgrado. Gli adulti, pieni ciascuno delle proprie certezze, hanno bisogno di lontananza per gustarne il sapore.

Non c’è disincanto nella prosa leggera, genuina nella traduzione di Chiara Vatterani, che dissemina le frasi di parole-spezie; non ci sono esotismi o miti fondanti. È sospeso il giudizio per lasciare spazio a un’ironia venata di surrealtà popolare. Così si rimane in attesa che il caseggiato B si animi di presenze spettrali, che un pacchetto di arance benedette ci riveli il futuro, che Nariman Hansotia torni dalla Cawasji Framji Memorial Library e ci racconti le gesta di Savukshaw, il più grande di tutti.

Rohinton Mistry avvolge i desideri frustrati, le solitudini, le amarezze, le disillusioni in un fagotto compatto e doloroso e lascia che le storie ci svelino un altro lato dei suoi personaggi, di noi stessi, della sua scrittura: nel silenzio delle parole.

Rohinton Mistry, nato a Mumbai il 3 luglio 1952 ed emigrato in Canada nel 1975, è stato per tre volte finalista al Man Booker Prize. In Italia ha pubblicato Un lungo viaggio, Fazi editore (Such a Long Journey, 1991); Un perfetto equilibrio (A Fine Balance, 1995); Questioni di famiglia (Family Matters, 2002) entrambi editi da Mondadori.

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